venerdì 6 marzo 2015

Desideravo solo tornare a casa e mettermi a leggere

“Ogni giorno si ripeteva la stessa storia.
Finivo in fretta i lavori di casa, e per tutto il mattino leggevo. Prima di mezzogiorno posavo il libro e preparavo il pranzo per mio marito. Quando lui tornava in studio, prima dell’una, prendevo la macchina e andavo in piscina. Da quando non dormivo più, ogni giorno riuscivo a nuotare un’ora di fila. Mezz’ora di movimento non mi bastava. Mentre nuotavo ero totalmente concentrata in quello che facevo, non pensavo a null’altro. Mi preoccupavo soltanto di fare i movimenti giusti, di inspirare ed espirare regolarmente. Quando incontravo qualcuno che conoscevo non conversavo quasi più, scambiavo solo un breve saluto. Se mi invitavano a fare qualcosa, mi scusavo col pretesto che avevo un impegno. Non avevo voglia di incontrare nessuno. Non avevo tempo da perdere in stupide chiacchiere. Dopo aver nuotato fino al limite delle mie forze, desideravo solo tornare a casa  e mettermi a leggere senza perdere un secondo.” (Murakami Haruki, “Sonno”)


giovedì 5 marzo 2015

Sonno

Ho letto "Sonno", un racconto di Murakami Haruki uscito anni fa nella raccolta “L’elefante scomparso e altri racconti” e che da qualche mese è tornato in libreria in una nuova edizione rilegata e con illustrazioni su carta patinata di Kat Menschik che non mi rimarranno impresse nella memoria.
Leggere queste pagine è stato come bere un bicchier d’acqua: va giù bene, ma vuoi mettere con un bicchiere di rosso, caldo e corposo…


La protagonista di “Sonno” è una donna di trent’anni che racconta la propria vita che trascorre calma, tranquilla, apparentemente serena, sicuramente monotona. Si occupa della sua casa, del suo bravo e coscienzioso marito e del figlioletto; fa la spesa ogni giorno, cucina ogni giorno, si prende cura del proprio corpo ogni giorno perché ci tiene, e ogni giorno va in piscina a nuotare per una mezz'oretta. Insomma, tutto ok. A un certo punto, però, la donna fa uno strano sogno e di colpo smette di dormire. Non dorme più, nemmeno un’ora, nemmeno un minuto. E invece di stare male, di indebolirsi, di inebetirsi e di rimbambirsi per la stanchezza, diventa più forte e sensibile che mai.
Di notte riprende a leggere come da troppo tempo non faceva: legge tantissimo, senza sosta e senza stancarsi, con la consapevolezza fortissima di capire ciò che legge fino in fondo, meglio e più di prima. Si concentra di più, si emoziona di più.
Così, giorno dopo giorno, sente di non aver voglia di fare altro, solo di leggere. Leggere, bere cognac e mangiarsi cioccolato mentre marito e figlio dormono e non si accorgono di niente. A volte esce di casa e si fa un giro in macchina. E nessuno lo sa.
Una notte, però, osserva suo marito da vicino e si accorge di colpo che è brutto, che è stanco, che dorme come un sasso, e ciò la infastidisce. Poi va in camera del figlio, osserva anche lui e vede nel suo viso i lineamenti del marito e della suocera ed è a disagio perché anche questo la infastidisce. Marito e figlio le sono improvvisamente e violentemente estranei, così diversi da lei, così appagati di sé, così rigidi. Li disprezza e allo stesso tempo teme questo suo nuovo ed estremo modo di essere e di capire.
Dopo diciassette giorni senza dormire inizia ad avere anche dei pensieri sulla morte. Si domanda se la morte non consista nello stare eternamente svegli a guardare il buio, altro che “sonno eterno” o “eterno riposo”… Questi pensieri le provocano orrore. Quindi esce, parcheggia la macchina e cerca di rilassarsi, ma due ombre nere si avvicinano…

La trama di “Sonno” intriga, non c’è dubbio, ma è sviluppata troppo poco, purtroppo. Non mi basta. Queste poche pagine potevano essere l’inizio, o la traccia, di un romanzo più ampio e complesso che probabilmente avrei divorato. Magari lo scrittore giapponese ci ha pure provato e il romanzo non gli è venuto, non lo so. In ogni caso questa nuova edizione, costosa e così illustrata, non era necessaria, e infatti il libricino l’ho sfogliato in libreria, ma poi me lo sono preso in prestito in biblioteca. Voto: 7-.

mercoledì 4 marzo 2015

Zitta

La signorina Emme parlava.
Parlava sempre.
Parlava, parlava, parlava.  
Di notte, però, si sognava muta. Zitta. Faceva sogni bellissimi in cui erano gli altri a parlare e lei no, ascoltava solo.
Poi si svegliava la mattina con in testa una domanda, sempre la stessa: “ Ma se smettessi di parlare, smetterei di esistere?”. Quindi si preparava e usciva di casa per andare al lavoro. Così tutti i giorni.
Un giorno si svegliò e un'idea le balenò chiara nella mente. Da quel giorno la signorina Emme sarebbe stata zitta, non avrebbe parlato più. Zitta per sempre.


martedì 3 marzo 2015

Quello che non vorrei essere

A volte litigo selvaggiamente con i miei figli.
Questo mi distrugge.
Mi fa sentire come mia madre, come se fossi diventata mia madre.
Questo mi distrugge.