sabato 21 giugno 2014

Sdoppiamento

Ultimamente le capita di osservare se stessa “dal di fuori”, come se si sdoppiasse.
Quando lo fa, non sempre si piace.
Vede se stessa comportarsi come non vorrebbe o come non dovrebbe.
Sente se stessa dire ciò che non vorrebbe o ciò che non dovrebbe.
Come è dentro e ciò che ha dentro rimane dentro. 
Chiuso dentro.
Lei sa che non è timidezza.


giovedì 19 giugno 2014

Sister

L’altra sera ho visto un film triste e duro, a volte persino fastidioso, ma bello e che non mi ha fatto piangere. Per fortuna.
Si tratta di “Sister – Mia sorella”, di Ursula Meier con Léa Seydoux (ancora una volta Léa Seydoux, evidentemente l’attrice che negli ultimi tempi più spesso mi capita di incontrare sul piccolo e grande schermo).


Il film (che per la cronaca ha ottenuto una menzione speciale per l’Orso d’argento al Festival di Berlino nel 2012) racconta la storia di Simon, un bambino di circa dodici anni, che vive in una località di montagna dove la gente va a sciare. Lui, anche se non sa sciare, passa le giornate sui campi da sci (tra)vestito da sciatore, con scarponi, zaino, sci in spalla, passamontagna e casco. 
Simon è un ladro, e pure abile, specializzato nel rubare attrezzatura da sci di ogni genere. Ruba più che può e a fine giornata prende la funivia, scende a valle (nel film c’è un continuo e claustrofobico sali e scendi dalla valle, squallida, asfaltata e senza neve, alla montagna, alta e innevata) carica il bottino sul suo bob di plastica, torna a casa, sistema le lamine degli sci rubati come farebbe un bravo artigiano e rivende la merce a chi capita, a volte anche per strada. Così si guadagna da vivere. Non va a scuola, non ha genitori, è quasi sempre solo. Vive in un anonimo appartamento in un anonimo condominio con una ragazza, Louise (Léa Seydoux), poco più grande di lui, triste e pensierosa, che non si capisce bene che mestiere faccia e che torna a casa spesso accompagnata da brutti ceffi. Dicono di essere fratello e sorella, ma sono strani. Il loro rapporto è strano.
Più o meno a metà film capisci che cosa non va, ne rimani sconvolta e ti guardi la seconda parte del film sgomenta, soprattutto se sei madre.
Difficile decidere quale sia il momento più duro del film. Forse quando Simon paga sua sorella per dormire abbracciato a lei. Oppure quando lei gli dice di non averlo voluto, e che è una palla al piede. Oppure quando Simon sulle piste adocchia una bella signora gentile, mamma affettuosa di due bambini, e la abbraccia e cerca la sua amicizia e vede in lei la mamma ideale che non ha mai avuto e mai avrà. Oppure quando finisce la stagione sciistica e Simon non sa più come procurarsi denaro e trascorre una notte, solo e in lacrime, sulle piste, dove la neve si sta sciogliendo, ed è disperato e poi alla mattina decide di scendere, prende la funivia, incrocia l’altra funivia che sta salendo e vede Louise che lo chiama battendo forte le mani sul finestrino, sconvolta.
Che ansia, che dramma, che melodramma… alla comparsa dei titoli di coda prima riprendi fiato, poi vai a controllare i tuoi figli che stanno dormendo tranquilli nella loro cameretta colorata, nei loro letti puliti col pigiamino pulito. E ti accorgi che non ti senti meglio.

mercoledì 18 giugno 2014

Le case degli altri bis

Mi piace di notte guardare le finestre illuminate delle case degli altri. Mi piace guardare i muri spogli che si intravedono dalla strada, i quadri appesi alle pareti, le librerie che arrivano al soffitto, i lampadari, le lampade a stelo, i vasi con le piante sui davanzali. Mi piace immaginare la vita che si vive lì dentro. Mi piace immaginare le persone che ci abitano, che tipo di giornata hanno trascorso, se sono stanche, se sono felici, se sono sole o se hanno una famiglia. Mi piace immaginare cosa stiano facendo nel preciso istante in cui “spio” da lontano le loro finestre; se ascoltano musica; se si preparano per uscire o per andare a dormire; se stanno facendo “all’amore”. E se intravedo il bagliore azzurrognolo di un televisore acceso, spero stiano guardando un bel film. Più spesso, però, mi sento triste e presuntuosa allo stesso tempo perché penso che lì dentro qualcuno non sta leggendo, ma si sta rincoglionendo.


martedì 17 giugno 2014

Orticaria

Le persone che invece di fare attenzione badano a scusarsi mi fanno venire l’orticaria.


lunedì 16 giugno 2014

Ho scelto bene il mio difetto?

"- Non so dimenticare le follie e i vizi degli altri così presto come dovrei, né le loro offese. I miei sentimenti non cambiano facilmente. Il mio carattere dovrebbe forse essere definito risentito. La mia stima, una volta persa, è persa per sempre.
- Questo è proprio un difetto, - esclamò Elizabeth. - Il rancore inflessibile è una macchia in una persona. Ma hai scelto bene il tuo difetto. Non posso davvero riderne. Sei al sicuro da me.
- Credo ci sia in ogni persona la tendenza a qualche male particolare, un difetto naturale che neppure la migliore educazione può superare.
- E il tuo difetto è che odi tutti. -"
(Jane Austen, "Orgoglio e pregiudizio")


sabato 14 giugno 2014

Ancora afa

Ore 22.30.
Il termometro in cucina segna trenta gradi sopra lo zero.
Lei decide di andare a dormire.
“Buonanotte!”
“Buonanotte.”
Entra in camera, osserva il letto e ha un lampo di genio: occupare la parte di letto vicino alla finestra.
Si sdraia veloce.
Sente un filo d’aria entrare dalla finestra.
Se lo gode.
Ferma, immobile. Come una pietra.
Poi arriva lui.
Accidenti.
Vuole il suo posto.
Lei lo sa che sta in quella parte di letto che da dieci anni è sua.
Ma rimane ferma, immobile. Come una pietra.
“Isa, isa…”, lui la chiama piano, ma non troppo, “isa, isa…”
Ma lei sta ferma, immobile. Come una pietra.
Sembra morta.
Fa caldo. Molto caldo.
Lui non insiste, si sdraia.
Lei ride sotto i baffi.
Ferma, immobile, morta.
Il filo d’aria che entra dalla finestra è suo.
Solo suo.
Per tutta la notte.


venerdì 13 giugno 2014

Scrivere, correre, cucinare

“Passava la giornata a scrivere (o tentar di scrivere), a correre e a cucinare. Si alzava molto presto e preparava la colazione per tutta la famiglia; nessuno tornava a casa per pranzo, e Garp non consumava mai questo pasto; poi ogni sera era lui a preparare la cena. Era un rituale che amava, ma le sue ambizioni culinarie variavano a seconda di come era andata la giornata, per quanto riguardava lo scrivere e il correre. Se come scrittore era insoddisfatto, smaltiva l’insoddisfazione con una lunga, dura corsa; oppure, una cattiva giornata alla scrivania lo esauriva al punto che non era capace di correre più di un miglio sì e no; allora cercava di rimediare con una cenetta squisita.” (John Irving, “Il mondo secondo Garp”)