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giovedì 13 novembre 2014

Indovina con chi esco a cena bis

Lo so, mi ripeto.
L’ho già scritto che quando sono giù, gioco a pensare con chi uscirei a cena.
Qualche mese fa sarei uscita con Reinhold Messner per parlare di montagna e con Linus di Radio Deejay per convincerlo a portarmi a correre con lui. Acqua passata. Adesso tocca a Jo Nesbø. Jo, se preferisci, vengo io da te a Oslo, nessun problema, chiamami.
Perché una cena con Jo Nesbø? Primo perché è norvegese e ciò mi incuriosisce (incredibile ma vero non ho mai rivolto la parola a uomini nelle cui vene non scorra sangue latino!); secondo perché ha iniziato a scrivere tardi, a quarant’anni, e in brevissimo tempo è diventato un autore di culto, e ciò mi affascina; terzo perché sto leggendo il suo ultimo romanzo ("Il confessore") e, come è capitato con gli altri (tranne “Pipistrello” che non mi ha convinto ma, Jo, non fa niente perché succede anche ai migliori che l’opera prima sia così così…) rimango incollata alla pagina, la trama mi piglia fin dalla prima parola della prima frase del primo capitolo, il ritmo mi rimbomba nelle orecchie tanto è incalzante, insomma è davvero un’ottima lettura, se ti piace il genere, e io glielo vorrei dire che a me il genere piace, soprattutto il “suo” genere; quarto perché uscire a cena con Jo Nesbø non sarebbe un po’ come uscire a cena con Harry Hole, il detective, alto, biondo, forte, giusto, di poche parole, coraggioso, affascinante, contorto, sfregiato, bello, dannato, alcolista, drogato, e chi più ne ha più ne metta, indimenticabile e indiscusso protagonista dei suoi bestseller più convincenti?


martedì 8 aprile 2014

Cronaca di un rapporto difficile (parte terza)

Sabato, ore 9.00. Tutti dormono. Mentre bevo il caffè godendomi il silenzio della casa mi decido. Il desiderio di iniziare “Polizia” di Jo Nesbo è troppo forte.
Prendo il Kindle, mi rimetto sotto le coperte, lo accendo e inizio a leggere.
Passano due minuti e arriva lei, la femmina diabolica. Con gli occhi appiccicosi e il pigiamino stropicciato mi becca mentre cerco di girar pagina con il dito. Insisto, mi sto arrabbiando. Sottovoce, per non svegliare l’orso addormentato al mio fianco, S. esclama: “Mamma, quante volte te lo devo dire: IL KINDLE NON È TOUCH, n_o_n_ è_ t_o_u_c_h!” Quindi mi fa vedere il tasto da premere per cambiare pagina, e così continuo a leggere.
Ma non sono convinta.
Non ci siamo.
Mi manca la carta sotto le dita. E poi è troppo leggero, leggerissimo, quasi mi scappa dalle mani. Mi mancano le pagine che girano veramente. La matita che sottolinea le frasi che mi piacciono. E le pagine non sono numerate: mi rendo conto del progredire della lettura in percentuale, e non mi piace (per intenderci: quel figo di Harry Hole entra in scena al 30% del libro… ma forse, se mi impegno e studio un po’, salta fuori che schiacciando un tasto posso aggiungere l’opzione “pagine numerate”…).
Lo abbandono.
Mi lavo, mi vesto e decido di mettermi sul balcone perché la giornata è di quelle che lo meritano. Porto il Kindle con me, e ci riprovo. Sotto il sole, su una sedia di legno, tra il bidone della plastica e quello dell’indifferenziata, inizio a capire che questo strumento ha un senso. Infatti sto benissimo. Cioè così scomoda, sto benissimo. Riesco a leggere benissimo. 
Alla fine ho trascorso tutto il weekend con il mio Kindle e ho capito che la nostra relazione è possibile, ma solo in condizioni - diciamo così - estreme. Il mio Kindle non è un tipo facile. Non è uno che si accontenta di un letto, o di un divano, o di una poltrona. Il mio Kindle è più un tipo da balcone, da rocce della Croazia, da bivacco sul Monte Bianco, da sabbia della Puglia, da sedile dell’economica in aereo, da campeggio. Insomma, il mio Kindle è come me. Non ama la vita comoda.


(the end)

giovedì 27 marzo 2014

Cronaca di un rapporto difficile (parte prima)

Lui è lì, sul comodino, che mi aspetta tranquillo. Non ha fretta, lui.
Rettangolare, nero, sottile, leggero. Discreto.
Lo guardo da lontano e lo trascuro. Lo so che lo trascuro.
Dentro, non so bene dove, ci potrebbero stare tutti i libri che voglio, migliaia di pagine, caricate lì dentro. Provo una strana inquietudine. L’ultimo libro di Jo Nesbo, "Polizia", è pronto. Che voglia di iniziare a leggere...
Ma devo prima capire come si accende, e per farlo dovrei toccarlo.
Perché esito?
Perché non voglio cambiare?
Perché ho paura di cambiare?


(to be continued)

giovedì 13 marzo 2014

Profondo Nord, versione baby


I miei figli sono davvero miei figli.
Stanno leggendo Jo Nesbø, e lo adorano. Rimangono incollati alle pagine, non staccano gli occhi dalle righe, non ci riescono. Proprio come la mamma, quando legge Jo Nesbø.
Ovviamente non sono ancora così fuori di testa da far leggere ai miei figli thriller come "L'uomo di neve" o "Il leopardo". Potrebbero rimanerne traumatizzati a vita. Ma ho scoperto che Jo Nesbø - uomo dalle mille risorse che, prima di dedicarsi alla scrittura, è stato calciatore, giornalista, broker, musicista - nel tempo libero scrive anche romanzi per bambini e per ragazzi. Lo scrittore norvegese ha dichiarato che scrivere storie per bambini è una sorta di "terapia rigenerante" che gli consente di ritornare a scrivere per gli adulti con maggiore convinzione e determinazione. Bello, no!? Ho così proposto ai miei figli di leggere la serie dedicata alle avventure del dottor Prottor. Con grande e soddisfacente successo.



giovedì 20 febbraio 2014

Profondo Nord


C’è chi li ama e chi li odia i thriller scandinavi. Io li amo.
Non che li abbia letti tutti, ovviamente, ma mi sono fatta delle buone dosi di Jo Nesbø, che è capace di tenermi inchiodata ai suoi romanzi per intere giornate; di Henning Mankell, forse il più complesso tra gli autori scandinavi; di Anne Holt, che è la mia preferita; di Camilla Läckberg, che sto leggendo adesso (“L’uccello del malaugurio”); di Stieg Larsson, la cui trilogia ho letto in tre settimane, d’estate, sotto l’ombrellone, quando ancora eravamo in pochi… e, infine, di Asa Larsson.
Ecco i miei otto buoni motivi per leggerli:
1. si leggono facilmente, e questo non è un difetto, anzi. La scrittura è semplice, la prosa è asciutta, gli aggettivi sono usati con il contagocce.
2. Si leggono velocemente. Le trame sono ben congegnate e i colpi di scena arrivano al momento giusto. Non riesci a smettere di leggere, stai sveglia la notte, e non spegneresti mai la luce sul comodino. Poi ti accorgi che sono le 03.00, a malincuore ti arrendi e chiudi gli occhi. E quando ne hai finito uno, stai male e vorresti correre subito in libreria per prenderne un altro.
3. I personaggi sono persone comuni che vivono una vita comune, molto normale, a volte banale, spesso claustrofobica. Raramente vengono descritti, ma impari comunque a conoscerli e a riconoscerli attraverso le loro azioni e il loro comportamento, che è quasi sempre molto composto.
Parlano in modo normale, seguono logiche psicologiche apparentemente semplici. Nei dialoghi sono assenti le paranoie e i contorcimenti esistenziali che invece caratterizzano molta letteratura contemporanea, soprattutto italiana.
4. La natura ha un ruolo importante e il rapporto uomo/natura è sempre presente e intenso. Neve, ghiaccio, boschi, fiordi, mare, montagne sono gli sfondi affascinanti e inquietanti di gran parte delle storie raccontate in questi romanzi.
5. Gli squarci che si aprono sulla società scandinava sono interessanti e ti mostrano degli aspetti che forse non si conoscono poi così bene.
6. La parità sessuale è un dato di fatto. Uomini e donne sono uguali, lavorano e vivono nello stesso identico modo, è scontato. È quando ciò non accade che nasce il “caso”.
7. La casa è importante. Quasi sempre è molto accogliente, anche se semplice. Le persone cucinano con cura e la polizia si toglie le scarpe appena varcata la soglia!
8. La semplicità della stile narrativo scandinavo e l’apparente normalità dei protagonisti creano una combinazione davvero particolare che è in grado di trasmetterti un sottile, interessante e costante turbamento. Molto piacevole. A me dà dipendenza.