Herman Koch è uno scrittore olandese che va letto.
Qualche anno fa scoprii per caso “La cena” e lo trovai
interessante nello stile e nella trama, fin dalle primissime pagine. Poi vennero
“Villetta con piscina” e “Odessa Star”, forse il romanzo di Koch che ho amato
meno, ma non fa niente.
Adesso ho trovato in biblioteca il suo ultimo libro: "Caro signor M.".
Non so perché l’estate scorsa non lo acquistai appena uscì:
ricordo bene di averlo visto in libreria tra le “novità”, di averlo preso e sfogliato;
forse non mi avevano conquistato né la copertina né la prima pagina; forse ero
concentrata su altro (Nesbo? Franzen? Munro?); forse non avevo soldi da
spendere. Non saprei. Fatto sta che me lo sono preso in prestito in
biblioteca, me lo sono letto, e non ne sono rimasta delusa, anzi posso tranquillamente
affermare che “Caro signor M.” è una buona lettura per quattordici (personalissimi) motivi.
Perché:
1. non è banale
2. racconta i giovani come sono, senza ipocrisia e
moralismi
3. è lucido e spietato (“Diversamente dalla maggior parte
delle mogli degli scrittori, aveva un’attività propria, ma Ana non ricordava
mai quale fosse. Forse aveva a che fare con internet. Qualcosa per cui non
serviva saper fare niente.”)
4. ha una trama accattivante, complessa e forse insidiosa,
ma che all’autore non sfugge mai di mano
(Il signor M. è uno scrittore non più giovane, anzi direi
anzianotto, scontroso, snob, rigido, vanitoso ed egocentrico, sposato con una
donna molto più giovane che inizia a dare i primi segnali di stanchezza, e
padre distratto di una bimba piccola. Un misterioso vicino di casa lo spia.
La sua opera più famosa è un romanzo ispirato a un fatto di
cronaca nera rimasto irrisolto che si intitola “Resa dei conti”. Il libro racconta di
un professore giovane e simpatico, Jan Landzaat, che scompare nel nulla. Due
suoi studenti, Laura e Herman, vengono accusati di omicidio. Il movente? Laura
aveva avuto un breve flirt con il professore che, sedotto e abbandonato, pian
piano ha perso la testa, si è messo a bere e a perseguitare la sua giovanissima e bellissima studentessa, chiamandola in continuazione al telefono e appostandosi sotto casa
sua. Impazzito e fuori controllo escogita un piano diabolico e decide di
metterlo in atto andando a fare una inopportuna e patetica improvvisata a Laura e Herman - che nel frattempo si sono messi insieme - nella casa di campagna di lei; i due non la prendono
bene e così una mattina, dopo una nevicata abbondante, bla bla bla. Nella
realtà i due studenti vengono prosciolti dall’accusa per mancanza di prove, ma
lo scrittore nel suo romanzo preferisce dare una versione differente. Ed è per
questo che il vicino di casa bla bla bla)
5. è un
romanzo articolato: il punto di vista cambia (a volte è quello del vicino
misterioso, a volte quello dello scrittore, a volte quello dei giovani studenti);
le vicende sono intrecciate tra loro (la vita dello scrittore; la vita del
vicino di casa; quella del gruppo di amici e quella del professore Landzaat) e si
svolgono su piani temporali diversi; frequente è l’uso del flashback
6. è ricco di suspense, mistero e colpi di scena
7. è un thriller, e dopo Harper Lee avevo bisogno di leggere
un thriller
8. descrive famiglie che non sono felici
9. ti mette il dubbio che i prof simpatici siano un bluff
10. ti conferma che la scuola è spesso vecchia e noiosa
11. racconta coppie che scoppiano
12. dimostra che le cose non sono mai come appaiono (chi è
innocente? Chi è colpevole? Non lo sai, ti sembra di averlo capito, poi cambi
idea e rimani incerta finché arrivi all’ultima pagina e capisci tutto,
fantastico!)
13. offre spunti di riflessione su temi come: la mediocrità
dell’essere umano, la scuola (“Nella vita reale non ti servono a niente le
chiacchiere su qualche formuletta di fisica, e ancora meno l’inglese
maccheronico che ci propina la Posthuma. How
do you do? My name is Herman. Ma per favore, dai! E se ti aggrediscono per
strada in un quartiere malfamato di Chicago o Los Angeles? Cosa dobbiamo dire
in quei casi, signora Posthuma? How do
you do? O magari qualcos’altro? Qualcosa di più adatto alla situazione. Shut the fuck up, you sick fuck! Go fuck
yourself! Dove va l’accento in motherfucker?
Mi sente, professoressa Posthuma? Mi sente? Cazzo, è svenuta. Anzi no, è
morta”), la tolleranza (in sintesi: la realtà è che ti tollero perché mi sento
superiore a te), la rivoluzione, la famiglia, la morte
14. dà una visione dei libri presi in prestito in
biblioteca che è identica a quella di mia figlia di dieci anni (“Non ho
mai capito come mai la gente voglia prendere i libri in prestito. Certo, magari per mancanza di soldi, ma ci sono
tantissime cose che bisogna negarsi, se mancano i soldi. Personalmente gli
fanno proprio schifo i libri presi in prestito (…). Un libro con le macchie di
vino e un insetto schiacciato, che dalle pagine perde granelli di sabbia
rimasti dalle vacanze al mare del lettore precedente (…) Un libro che è come un
cesso pubblico, e non sai chi ci si è seduto sopra prima di te”)
Voto: 8/9
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